Ecuador-Colombia: La guerra che non c'è

23/03/2008 Diletta Varlese/foto Sergi Camara
luto.jpg

Diletta Varlese, Puerto Nuevo, confine nord dell'Ecuador.

Puerto Nuevo è un minuscolo villaggio del nord dell'Ecuador sulle sponde del Rio San Miguel, il fiume che delimita il confine con la Colombia, in piena selva amazzonica. La strada che vi arriva è sterrata e la pioggia cade costante, leggera e calda, ogni mattina. Mucche, maiali e galline pascolano indisturbati nelle pozzanghere in mezzo e il fango la fa da padrone.
Ai lati una fila di casette in legno, palafitte per lo più, con i muri scrostati di colore ammuffito e vecchie insegne ad indicare i piccoli negozi.
Dona Mari serve un caffè liofilizzato e un pan dulce, a lato di un bordello che alza i decibel delle casse anche alle 10 di mattina, e fumi di birra, su corpi degli uomini riversi. Puerto Nuevo non è nulla di speciale, se non fosse che la sua popolazione, ecuadoriana, è imparentata per l'80% con quella colombiana, dell'altra sponda del fiume.
"Il Rio San Miguel non ha mai rappresentato un confine" - dice don Jorge, marito di Dona rosa - "è un vaso comunicante, via di transito, per noi che da sempre viviamo in questa zona. Siamo tutti contadini, tra noi -prosegue - tra noi poveri, non c'è distinzione di nazionalità. Non l'abbiamo mai sentita così. E' solo una formalità burocratica, che serve, a volte, per metterci gli uni contro gli altri".
Qui si usano pesos colombiani e dollari ecuadoriani, i telefoni pubblici chiamano a prezzo fisso in Colombia come in Ecuador. "Siamo venuti a vivere qui sette anni fa - dice Jorge, con un inflessione che è un misto di frontiera - per stare più tranquilli. L'esercito, la guerilla, i paramilitari dall'altro lato ci rendevano la vita impossibile". Il Putumayo, la regione che affaccia sulle rive opposte del fiume, è forse la peggiore testimone del conflitto colombiano, e la più pericolosa per la popolazione.
Però, pare, che anche da questa sponda non vi sia pace.
L'esercito della Colombia "hace o que mas le da la gana", fa quello che gli pare e piace, conferma Jorge, così come i buchi sul tetto della scuola, lasciati da un mortaio sparato qualche anno fa, regalo dei militari d'altra sponda.
Non di rado, denuncia la gente del paese, gruppi di militari attraversano il fiume, varcano la frontiera, van cercando persone nelle fincas, le piccole fattorie, "Y se le llevan", se le portano via.
Dicono che sono conniventi con la guerrilla delle FARC, o che sono narcotrafficanti.
"Noi siamo coltivatori di foglia di coca" ammetta la signora Rosa, che vive nel distaccamento di “la Provincia”, un prolungamento di Puerto Nuevo dall'altro lato del fiume, dove vari abitanti, anche ecuadoriani, hanno preso terra e messo su famiglia.
"Coltiviamo la coca perchè da molto di più del mais, della yucca e delle banane, che ora usiamo solo come nostro consumo. Un chilo di foglia di coca vale 600 dollari. Non dobbiamo nemmeno andare la mercato: vengono, pagano e se la portano via. Io non so chi siano..." O è meglio non saperlo. A domanda maggiore, offerta migliore, è la legge del mercato.
Prima del 1999, prima della dollarizzazione dell'Ecuador, che ha affossato l'economia del paese, prima del Plan Colombia, che ha fortemente militarizzato la regione del Putumayo, prima, dice ancora Rosa "coltivare vegetali rendeva. Adesso è un lavoro a perdere". Rosa, come sua sorella Ximena e altre cinque della loro famiglia, sono tutte contadine e madri di 5 figli. Belle donne, dai lunghi capelli lisci e neri, con occhi grandi, ben curate, ingrassate dai tanti parti e dal cibo fritto, patrimonio della cucina locale e di cibi poveri.
Vita dura per i coltivatori di coca, piantagione illegale, di questa zona. Il Plan Colombia gli ha piazzato una base militare a Teteyè, paesino di pochi abitanti e centinaia di morti per mano dei para militari, situato a pochi chilometri dai campi di Rosa e dei suoi vicini. E poi dal 2001 sono arrivate anche le fumigazioni. Un magico mix di glifosato e altri potenti pesticidi, che veniva lanciato da aerei statunitensi sulle piantagioni di coca, e su tutto ciò che di vivo ci fosse attorno.
Dice Rosa che moriva tutto quello che avevano coltivato, e solo per ultima la foglia di coca. I cadaveri degli animali non si contavano, la terra restava sterile per un anno e poi tornava a dare frutti invendibili sul mercato locale. Se ci si bagnava nel Rio San Miguel, si usciva con un pizzicore alla pelle intollerabile, e i bambini avevano piaghe su tutto il corpo. Cosa restava da fare? lasciare il campo, attraversare il fiume, finchè non fossero finite le "piogge acide" e poi raccogliere quello che restava.
Dal 2007 non si fumiga più, ma le conseguenze sono ad oggi visibili, ancora, sulla pelle della gente. Il governo colombiano ha mandato delle squadre speciali di antinarcotici a sradicare le coltivazioni illegali. Avanti i militari, che sfondano le porte delle case e sfollano la gente, e dietro gli "sradicatori speciali". Operazione mirata, la chiamano, e la gente scappa ancora.
I militari entrano comunque nelle case, senza permesso e senza motivo, cercando i sovversivi, dicono, i fiancheggiatori della guerriglia. Perchè, sostiene il governo Uribe, chi coltiva coca è un guerrigliero. E punto.
Solo Maria, la più giovane delle sorelle di Rosa, aveva sposato un ecuadoriano dell'entro terra, proveniente da Shushufindi, a due ore di cammino dalla frontiera. Un uomo di 15 anni più grande di lei ventenne, che aveva aperto una piccola farmacia in Puerto Nuevo e che viveva con lei e il figlio di quattro anni sull'altro lato del fiume, coltivando un po' di terreno per uso familiare.
Antonio, il marito di Maria, sabato scorso stava andando dai vicini per prendere sementi di banano. Sarebbe tornato per il pranzo, aveva detto alla moglie, ma non tornò, sparì.
"se lo llevaron", dice la madre, una donna piccola dal viso incartocciato di rughe. Antonio se lo sono portati via i militari, così com'era.
Gli stessi militari, in quello stesso momento, sono entrati in casa dei vicini e li hanno fatti stendere a pancia sotto, per varie ore. Fuori urla, botte e spari.
Di Antonio nessuna traccia.
A nulla è servita la delegazione di parenti che sabato pomeriggio si sono presenati alla base di Teteyè per chiedere notizie. "Aqui no hay nadie", qui non c'è nessuno, hanno detto i militari liquidandoli.
Antonio viene ritrovato morto, e con chiari segni di tortura, dopo una telefona della procura di Puerto Asis, che conferma la detenzione del corpo nella cittadina colombiana che dista due ore dal confine.
La voce del procuratore recita "era un guerrigliero, è morto in combattimento armato. Venitevi a prendere il corpo". E riattacca.
"Eso pasa siempre", dice Don Luis, dirigente di Puerto Nuevo. Succede sempre, succede molto, troppo spesso. E' successo, lo stesso giorno, anche ad altri due giovani vicini di casa di Antonio, colombiani.
Succede che "all'improvviso la gente sparisce da quel lato della frontiera", continua Luis, "ecuadoriani come colombiani, senza che nessuno possa dire nulla. Li portano nella selva, li legano a un albero, li torturano con bruciature, con pugnalate, mutilazioni, e poi gli danno il colpo di grazia. Lo vestono da guerrigliero e lo mandano a Puerto Asis”.
Certo, il fatto che Antonio sia un cittadino ecuadoriano ucciso dall'esercito colombiano complica un po' le cose, sopratutto in questo momento.
Casualmente infatti, proprio domenica, il Ministro della Difesa dell'Ecuador Willington Sandoval passava per Puerto Nuevo. Stava mostrando alla stampa internazionale come viene pattugliato a tappeto il confine dall'esercito, in una gita in elicottero, al fine di scagionare il governo Correa dall'accusa di connivenza con i guerriglieri delle FARC, mossa dal quotidiano spagnolo El Pais. Sandoval apprende la notizia, alquanto inconveniente, dai familiari di Antonio che aspettavano da interminabili ore l'arrivo della salma, accovacciati sulle sponde del Rio San Miguel.
Impacciato, risponde alla stampa che "deve fare chiarezza sull'accaduto".
Formalmente, di fatto, la situazione di tensione diplomatica tra i due paesi è stata superata. Il Presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, e il suo omonimo colombiano, Alvaro Uribe, hanno fatto formalmente "pace" all'incontro dei presidenti in repubblica Dominicana, dopo il seccante incidente del bombardamento aereo dell'esercito colombiano in territorio ecuadoriano, avvenuto il primo marzo. Obbiettivo era un accampamento delle FARC in cui si trovava Raul Reyes, porta voce della guerrigla colombiana, in trattative per la liberazione di Ingrid Betancour. Obbiettivo centrato, insieme ad altre 23 persone e qualche problema internazionale.
L'Organizzazione degli Stati Americani, dopo un sopralluogo sullo scenario del massacro, ha emesso questo martedì in verdetto per cui i due paesi "devono perseguire la via del dialogo, e la Colombia deve chiedere ufficialmente scusa".
Scuse accettate, risulta quanto meno imbarazzante, dunque, l'uccisione di un ecuadoriano per mano colombiana. Ancora più imbarazzanti sono le decine di denunce che avrebbero da fare gli abitanti di Puerto Nuevo al Ministro della difesa Sandoval. Ma non sarà certo la morte di un contadino, nè gli abusi quotidiani degli abitanti di queste sponde, a far tremare la quiete della pace sancita.

( categories: )